giovedì 1 settembre 2016

La disgustosa campagna sulla fertilità

Questa volta non gli è andata bene. Gli slogan del Governo hanno fatto un po' schifo. La campagna del "fertility day"  ha suscitato fortunatamente parecchio disgusto. Addirittura la fertilità (talvolta scritto anche con la F maiuscola nel piano del governo!) sarebbe un bene comune, come l'acqua.  Ho notato però che sono pervenuti assensi da parte di insospettabili antigovernativi, in particolare da quelli che temono che gli immigrati ci sostituiranno. Dunque donne fate figli perché altrimenti saremo sostituiti dagli immigrati! Quindi fare figli non sarebbe più una scelta personale (che magari i governi avrebbero il dovere di aiutare con politiche idonee, più lavoro, più garanzie, più asili nido, più mense scolastiche, più servizi ) ma un obbligo di Stato.  

In molti abbiamo detto che ci ricordava qualcosa. Qualcuno per aver parlato di deriva verso il passato mi ha paragonato a un "cagnaccio pavloviano" che appena sente parlare di "nascite" pensa: "fascismo", ma era ovvio che a fronte di tali idiozie la prima cosa che poteva venire in mente era la campagna di mussoliniana memoria sulla potenza del numero. 

Perché si dovrebbe aver paura della denatalità in un mondo sovrappopolato in cui vivono attualmente 7 miliardi di persone ma che presto saranno il doppio? E anche da noi con un territorio in larga parte montuoso e disastrato 60 milioni sono già troppi. Di pianeti ne abbiamo al momento uno solo e lo stiamo distruggendo. Più siamo, più inquiniamo, anche se certo si potrebbero varare efficaci politiche per il territorio, ma non mi sembra che, al di là dei discorsi e degli inutili summit, si faccia molto in questa direzione.

Dunque paura che gli immigrati ci sostituiscano? Probabilmente accadrà se continuiamo a non risolvere i problemi, anzi ad aggravarli. Certo che gli immigrati rappresentano un problema, specialmente quelli che provengono da culture troppo diverse dalla nostra  e che hanno l'intenzione di riproporla da noi. La soluzione però sta nello stabilire e fare rispettare dei criteri (non possiamo accogliere tutti senza distinzioni), nell'operare i necessari controlli,  e soprattutto nella tolleranza zero nei confronti di comportamenti e usi che contrastano talvolta anche con le nostre leggi, ma quasi sempre con i nostri principi, la soluzione sta nell'educazione e soprattutto nella forza dei valori, delle idee. Certo che se non abbiamo più valori e idee, o ci crediamo sempre meno,  e pensiamo di risolvere il problema con il numero siamo perduti. 

domenica 21 agosto 2016

La metamorfosi di femministe e progressisti nei confronti dell'Islam

Ma cosa è successo a femministe e progressisti? Sembra che la paura di apparire islamofobi o razzisti abbia determinato in loro una metamorfosi.

Leggo post deliranti su Facebook e persino articoli altrettanto deliranti di persone che penserei dovessero avere avere una visione della situazione mondiale un po' più profonda della maggior parte di coloro che scrivono sui socialnetwork.

Femministe e larga parte del mondo c.d. progressista, così attenti alla difesa dei diritti civili, ma ultimamente più pronti a scagliarsi contro la mercificazione del corpo delle donne in Occidente, cosa che talvolta assume anche contorni ridicoli,  che a combattere per problemi più seri, ora si dimostrano tolleranti nei confronti della sottomissione della donna islamica, sottomissione che certamente non si esplica solo in un modo di vestire, ma di cui anche il modo di vestire è espressione, e che paragonano le palandrane, comunque esse si chiamino, nelle quali deve rinvolgersi al tacco 12, come se da noi ci fosse una legge o una richiesta pressante in tal senso di genitori e mariti, e poi  chi lo porta se non donne dello spettacolo e della politica (che talvolta è la stessa cosa!), o magari alla taglia 42 come mi disse una filoislamica italiana oltre 10 anni fa quando Facebook ancora non esisteva e blateravamo sui blog.

Nel frattempo filosofi marxisti affermano che "la religione della trascendenza (peraltro come se esistessero religioni che non si occupano della trascendenza) – sia islamica, sia cristiana – è una feconda risorsa di senso e di resistenza rispetto al monoteismo idolatrico del mercato, all’integralismo fanatico dell’economia e al nichilismo assoluto della forma merce." (vedere l'articolo di Diego Fusaro su "Il fatto quotidiano" del 17 agosto scorso). 

E se è ormai riconosciuto da molti che questa che vogliono far apparire come guerra di religione e guerra di civiltà, è stata in larga parte creata con finanziamenti occidentali oltre che dell'Arabia Saudita e alleati, e ancora non è chiaro se la cosa sia sfuggita di mano o se invece si stia proseguendo con un disegno ben preciso che potrebbe avere diversi scopi, tuttavia non posso non rilevare che l'articolo di Fusaro è allucinante. Dunque ci sarebbero alcuni orfani del comunismo disponibili a buttarsi nelle braccia di una religione, cristiana o islamica che sia, perché "le religioni della trascendenza restano un ostacolo per l'economia di mercato: già solo per il fatto che sono monoteismi alternativi a quello di mercato"?  

Ma non ci si rende conto che poi le religioni vogliono vendere tutto il pacchetto, compresa la perdita delle libertà individuali? E' quello che è accaduto a partire dalla c.d. rivoluzione islamica iraniana di Khomeini, almeno inizialmente accolta bene a sinistra, perché si era cacciato lo Scià, fantoccio degli Stati Uniti, e oggi ci sono anche dubbi che in fondo gli americani lasciarono fare perché Khomeini rappresentava almeno la garanzia che le forze di ispirazione marxista non si sarebbero mai affermate in Iran. 

E se è vero altresì che il capitalismo, può dimostrarsi "liberal" per quanto riguarda le libertà individuali e i diritti civili, ma dietro questa immagine progressista nasconde ingiustizie sociali, inquinamento ambientale, e via elencando, non mi sembra nemmeno che nelle teocrazie islamiche ci sia giustizia sociale e comunque il mondo cui si deve aspirare è quello in cui siano garantiti al contempo la giustizia sociale, la salute, l'ambiente e ovviamente le libertà individuali.

sabato 20 agosto 2016

Il burkini non è un solo un costume ma è il simbolo di un'ideologia che opprime la donna


Questo è un affresco che decora una sala della Villa romana del Casale di Piazza Armerina risalente al periodo tra il 320 e il 350 d.C. Si vedono fanciulle che fanno esercizi ginnici abbigliate con quello che sembra un moderno bikini. Ora non che tra i romani, come tra i greci, e in genere tra i popoli antichi, la donna avesse la stessa posizione dell'uomo nella società, tutt'altro, ma almeno non c'era quel senso del peccato e quella paura del corpo femminile che avrebbero caratterizzato sia il Cristianesimo che, in seguito, l'Islam. 


In Occidente per tornare a scoprire il corpo della donna sarebbero stati necessari quasi due millenni. 

Anche in alcune società islamiche c'era stata una certa evoluzione del costume nei decenni scorsi, come dimostrano alcune foto degli anni 70 e 80, ma poi c'è stato un regresso che non si può negare. 



Ora le donne islamiche vengono sulle nostre spiagge con il burkini e in Francia alcuni sindaci li hanno vietati scatenando un putiferio di polemiche.

Vedo che anche qui ne hanno parlato in molti sostenendo in larga parte la tesi che ognuno ha diritto di vestirsi come vuole, che anche indossare il burkini è una scelta che va difesa, e giù poi a ricordare che anche le nostre nonne andavano vestite in spiaggia e che nelle campagne portavano vestiti neri e fazzoletti in testa, specialmente se non erano più giovanissime o se erano sposate o vedove. 
Peraltro per quanto riguarda le nostre nonne già dai primi del '900 qualche costume c'era, anche se castigatissimo, e non meno castigati erano quegli degli uomini, ma certo bisogna arrivare agli anni '30 per vedere qualcosa di vagamente idoneo, e sembra che in Italia negli anni '50 il Ministro dell'Interno Scelba mandasse i poliziotti sulle spiagge per controllare - metro alla mano - che l'altezza del bikini fosse"regolamentare".

Tutto questo è vero, ma ricordare che le società occidentali ancora negli anni '50 e '60, soprattutto in Italia, risentivano dell'influsso di una religione che per millenni aveva colpevolizzato la donna e visto nel suo corpo e nel corpo umano in genere uno strumento del demonio, per non dire di altre cose, anche più sostanziali dell'abito, a mio parere ha poco senso, perché le nostre società si sono evolute, quelle islamiche ancora no e negli ultimi decenni, anzi, si è verificata un'involuzione, un imbarbarimento, che ha molte cause di cui si può discutere, ma che non si può disconoscere. 

E dubito che andare in giro su una spiaggia e soprattutto nuotare paludate con il burkini, come girare per le città con oltre 30 gradi, coperte da capo a piedi, sia una libera scelta, almeno che non si sia masochiste, o lo si faccia per provocare. Pertanto non spenderei tante parole per difendere questa presunta libertà di vestirsi come si vuole, quando è evidente che burka, hijab, chador, ma anche un semplice velo e il burkini, sono forme di mortificazione della donna e simbolo della sottomissione della stessa.

Peraltro continuare in questa direzione significa cadere nella trappola degli islamisti che sanno che gli consentiamo tutto pur di non passare per islamofobi e razzisti.

Fortunatamente di tanto in tanto nel profluvio di post e articoli indignati in difesa della libertà delle donne islamiche di vestirsi come vogliono si legge anche qualche articolo più serio, come questo di Monica Lanfranco sul Fatto Quotidiano del 17 agosto scorso, che stigmatizza l'imbarbarimento dell'Islam degli ultimi decenni con la sua ossessione per la fisicità e la sessualità e la schiavizzazione delle donne.


E sulla pagina di Facebook di un italiano di origini arabe ho scoperto che addirittura in molte piscine e spiagge, sia in Egitto che in Marocco che in altri paesi arabi, il burkini è vietato, ufficialmente per "ragioni igieniche" nel caso delle piscine e di "decoro" nel caso delle spiagge, ma in verità perché non si vogliono le "imburkinate" che quasi mai si limitano a fare il bagno senza dare fastidio alle connazionali in costume. Quindi appare abbastanza demenziale che si voglia permettere in Europa ciò che si cerca faticosamente di arginare nei paesi arabi.


venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm



giovedì 1 settembre 2016

La disgustosa campagna sulla fertilità

Questa volta non gli è andata bene. Gli slogan del Governo hanno fatto un po' schifo. La campagna del "fertility day"  ha suscitato fortunatamente parecchio disgusto. Addirittura la fertilità (talvolta scritto anche con la F maiuscola nel piano del governo!) sarebbe un bene comune, come l'acqua.  Ho notato però che sono pervenuti assensi da parte di insospettabili antigovernativi, in particolare da quelli che temono che gli immigrati ci sostituiranno. Dunque donne fate figli perché altrimenti saremo sostituiti dagli immigrati! Quindi fare figli non sarebbe più una scelta personale (che magari i governi avrebbero il dovere di aiutare con politiche idonee, più lavoro, più garanzie, più asili nido, più mense scolastiche, più servizi ) ma un obbligo di Stato.  

In molti abbiamo detto che ci ricordava qualcosa. Qualcuno per aver parlato di deriva verso il passato mi ha paragonato a un "cagnaccio pavloviano" che appena sente parlare di "nascite" pensa: "fascismo", ma era ovvio che a fronte di tali idiozie la prima cosa che poteva venire in mente era la campagna di mussoliniana memoria sulla potenza del numero. 

Perché si dovrebbe aver paura della denatalità in un mondo sovrappopolato in cui vivono attualmente 7 miliardi di persone ma che presto saranno il doppio? E anche da noi con un territorio in larga parte montuoso e disastrato 60 milioni sono già troppi. Di pianeti ne abbiamo al momento uno solo e lo stiamo distruggendo. Più siamo, più inquiniamo, anche se certo si potrebbero varare efficaci politiche per il territorio, ma non mi sembra che, al di là dei discorsi e degli inutili summit, si faccia molto in questa direzione.

Dunque paura che gli immigrati ci sostituiscano? Probabilmente accadrà se continuiamo a non risolvere i problemi, anzi ad aggravarli. Certo che gli immigrati rappresentano un problema, specialmente quelli che provengono da culture troppo diverse dalla nostra  e che hanno l'intenzione di riproporla da noi. La soluzione però sta nello stabilire e fare rispettare dei criteri (non possiamo accogliere tutti senza distinzioni), nell'operare i necessari controlli,  e soprattutto nella tolleranza zero nei confronti di comportamenti e usi che contrastano talvolta anche con le nostre leggi, ma quasi sempre con i nostri principi, la soluzione sta nell'educazione e soprattutto nella forza dei valori, delle idee. Certo che se non abbiamo più valori e idee, o ci crediamo sempre meno,  e pensiamo di risolvere il problema con il numero siamo perduti. 

domenica 21 agosto 2016

La metamorfosi di femministe e progressisti nei confronti dell'Islam

Ma cosa è successo a femministe e progressisti? Sembra che la paura di apparire islamofobi o razzisti abbia determinato in loro una metamorfosi.

Leggo post deliranti su Facebook e persino articoli altrettanto deliranti di persone che penserei dovessero avere avere una visione della situazione mondiale un po' più profonda della maggior parte di coloro che scrivono sui socialnetwork.

Femministe e larga parte del mondo c.d. progressista, così attenti alla difesa dei diritti civili, ma ultimamente più pronti a scagliarsi contro la mercificazione del corpo delle donne in Occidente, cosa che talvolta assume anche contorni ridicoli,  che a combattere per problemi più seri, ora si dimostrano tolleranti nei confronti della sottomissione della donna islamica, sottomissione che certamente non si esplica solo in un modo di vestire, ma di cui anche il modo di vestire è espressione, e che paragonano le palandrane, comunque esse si chiamino, nelle quali deve rinvolgersi al tacco 12, come se da noi ci fosse una legge o una richiesta pressante in tal senso di genitori e mariti, e poi  chi lo porta se non donne dello spettacolo e della politica (che talvolta è la stessa cosa!), o magari alla taglia 42 come mi disse una filoislamica italiana oltre 10 anni fa quando Facebook ancora non esisteva e blateravamo sui blog.

Nel frattempo filosofi marxisti affermano che "la religione della trascendenza (peraltro come se esistessero religioni che non si occupano della trascendenza) – sia islamica, sia cristiana – è una feconda risorsa di senso e di resistenza rispetto al monoteismo idolatrico del mercato, all’integralismo fanatico dell’economia e al nichilismo assoluto della forma merce." (vedere l'articolo di Diego Fusaro su "Il fatto quotidiano" del 17 agosto scorso). 

E se è ormai riconosciuto da molti che questa che vogliono far apparire come guerra di religione e guerra di civiltà, è stata in larga parte creata con finanziamenti occidentali oltre che dell'Arabia Saudita e alleati, e ancora non è chiaro se la cosa sia sfuggita di mano o se invece si stia proseguendo con un disegno ben preciso che potrebbe avere diversi scopi, tuttavia non posso non rilevare che l'articolo di Fusaro è allucinante. Dunque ci sarebbero alcuni orfani del comunismo disponibili a buttarsi nelle braccia di una religione, cristiana o islamica che sia, perché "le religioni della trascendenza restano un ostacolo per l'economia di mercato: già solo per il fatto che sono monoteismi alternativi a quello di mercato"?  

Ma non ci si rende conto che poi le religioni vogliono vendere tutto il pacchetto, compresa la perdita delle libertà individuali? E' quello che è accaduto a partire dalla c.d. rivoluzione islamica iraniana di Khomeini, almeno inizialmente accolta bene a sinistra, perché si era cacciato lo Scià, fantoccio degli Stati Uniti, e oggi ci sono anche dubbi che in fondo gli americani lasciarono fare perché Khomeini rappresentava almeno la garanzia che le forze di ispirazione marxista non si sarebbero mai affermate in Iran. 

E se è vero altresì che il capitalismo, può dimostrarsi "liberal" per quanto riguarda le libertà individuali e i diritti civili, ma dietro questa immagine progressista nasconde ingiustizie sociali, inquinamento ambientale, e via elencando, non mi sembra nemmeno che nelle teocrazie islamiche ci sia giustizia sociale e comunque il mondo cui si deve aspirare è quello in cui siano garantiti al contempo la giustizia sociale, la salute, l'ambiente e ovviamente le libertà individuali.

sabato 20 agosto 2016

Il burkini non è un solo un costume ma è il simbolo di un'ideologia che opprime la donna


Questo è un affresco che decora una sala della Villa romana del Casale di Piazza Armerina risalente al periodo tra il 320 e il 350 d.C. Si vedono fanciulle che fanno esercizi ginnici abbigliate con quello che sembra un moderno bikini. Ora non che tra i romani, come tra i greci, e in genere tra i popoli antichi, la donna avesse la stessa posizione dell'uomo nella società, tutt'altro, ma almeno non c'era quel senso del peccato e quella paura del corpo femminile che avrebbero caratterizzato sia il Cristianesimo che, in seguito, l'Islam. 


In Occidente per tornare a scoprire il corpo della donna sarebbero stati necessari quasi due millenni. 

Anche in alcune società islamiche c'era stata una certa evoluzione del costume nei decenni scorsi, come dimostrano alcune foto degli anni 70 e 80, ma poi c'è stato un regresso che non si può negare. 



Ora le donne islamiche vengono sulle nostre spiagge con il burkini e in Francia alcuni sindaci li hanno vietati scatenando un putiferio di polemiche.

Vedo che anche qui ne hanno parlato in molti sostenendo in larga parte la tesi che ognuno ha diritto di vestirsi come vuole, che anche indossare il burkini è una scelta che va difesa, e giù poi a ricordare che anche le nostre nonne andavano vestite in spiaggia e che nelle campagne portavano vestiti neri e fazzoletti in testa, specialmente se non erano più giovanissime o se erano sposate o vedove. 
Peraltro per quanto riguarda le nostre nonne già dai primi del '900 qualche costume c'era, anche se castigatissimo, e non meno castigati erano quegli degli uomini, ma certo bisogna arrivare agli anni '30 per vedere qualcosa di vagamente idoneo, e sembra che in Italia negli anni '50 il Ministro dell'Interno Scelba mandasse i poliziotti sulle spiagge per controllare - metro alla mano - che l'altezza del bikini fosse"regolamentare".

Tutto questo è vero, ma ricordare che le società occidentali ancora negli anni '50 e '60, soprattutto in Italia, risentivano dell'influsso di una religione che per millenni aveva colpevolizzato la donna e visto nel suo corpo e nel corpo umano in genere uno strumento del demonio, per non dire di altre cose, anche più sostanziali dell'abito, a mio parere ha poco senso, perché le nostre società si sono evolute, quelle islamiche ancora no e negli ultimi decenni, anzi, si è verificata un'involuzione, un imbarbarimento, che ha molte cause di cui si può discutere, ma che non si può disconoscere. 

E dubito che andare in giro su una spiaggia e soprattutto nuotare paludate con il burkini, come girare per le città con oltre 30 gradi, coperte da capo a piedi, sia una libera scelta, almeno che non si sia masochiste, o lo si faccia per provocare. Pertanto non spenderei tante parole per difendere questa presunta libertà di vestirsi come si vuole, quando è evidente che burka, hijab, chador, ma anche un semplice velo e il burkini, sono forme di mortificazione della donna e simbolo della sottomissione della stessa.

Peraltro continuare in questa direzione significa cadere nella trappola degli islamisti che sanno che gli consentiamo tutto pur di non passare per islamofobi e razzisti.

Fortunatamente di tanto in tanto nel profluvio di post e articoli indignati in difesa della libertà delle donne islamiche di vestirsi come vogliono si legge anche qualche articolo più serio, come questo di Monica Lanfranco sul Fatto Quotidiano del 17 agosto scorso, che stigmatizza l'imbarbarimento dell'Islam degli ultimi decenni con la sua ossessione per la fisicità e la sessualità e la schiavizzazione delle donne.


E sulla pagina di Facebook di un italiano di origini arabe ho scoperto che addirittura in molte piscine e spiagge, sia in Egitto che in Marocco che in altri paesi arabi, il burkini è vietato, ufficialmente per "ragioni igieniche" nel caso delle piscine e di "decoro" nel caso delle spiagge, ma in verità perché non si vogliono le "imburkinate" che quasi mai si limitano a fare il bagno senza dare fastidio alle connazionali in costume. Quindi appare abbastanza demenziale che si voglia permettere in Europa ciò che si cerca faticosamente di arginare nei paesi arabi.


venerdì 27 maggio 2016

Francesco Starace, AD di Enel, alla LUISS: come si distruggono gli oppositori.

Cambiamento è una delle parole più amate dai politici, in particolare in campagna elettorale, ma particolarmente abusata negli ultimi tempi. Basti pensare che larga parte della campagna elettorale di Renzi per il referendum sulla riforma costituzionale si incentra sull'Italia che cambia, che dice SI al cambiamento.

Però se si cerca su un vocabolario si trova che cambiamento significa mutamento, trasformazione, variazione, atto ed effetto del diventare diverso. Il cambiamento dunque è neutro, non è positivo per definizione e può anche non richiamare necessariamente un'evoluzione.
Ora se non si può negare che nel nostro paese ci sono molte cose da cambiare, bisogna vedere come si intende cambiarle.


E a proposito di cambiamenti volevo richiamare l'attenzione su un episodio che ha fatto scalpore in questi giorni e che riguarda Francesco Starace, da due anni amministratore delegato di Enel, che, in un incontro dello scorso aprile con gli studenti dell’Università LUISS di Roma (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali), Università privata promossa da Confindustria, a un ragazzo che gli chiedeva:”Come si fa a cambiare un’organizzazione come Enel?” rispondeva così: “Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Non è necessario che sia la maggioranza. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del del ganglio che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta in maniera la più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza nessuna e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. E quando capiscono che la strada è un'altra tutto sommato si convincono vanno tutti lì. È facile ”. Seguivano gli applausi dalla platea dei manager del domani. Quindi riprendeva “Non la paura: come dire, se del cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede. A questo punto si va a parlare ai collaboratori. I collaboratori sono fondamentali per fare una buona carriera in azienda, non puoi fare una buona carriera tradendo i collaboratori, maltrattando i collaboratori, impaurendo i collaboratori, non motivando i collaboratori, annoiando i collaboratori, nascondendoli perché sono troppo bravi. Bisogna individuarli, curarli, assortirli perché devono essere diversi, ma poi bisogna anche gestire i casini che la diversità crea. Insomma occorre coltivarli, curarli in maniera maniacale, perché sei nessuno senza i collaboratori. E' tutto lì.” (il passaggio incriminato si trova al minuto 43 del video)

Dunque grande attenzione ai collaboratori, ma azioni di guerra contro chiunque osi opporsi.

Ma a chi si riferisce con gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e centri di potere? Dirigenti riottosi, sindacati? O chi altro? E il manipolo di cambiatori cui si deve dare una visibilità sproporzionata al loro status aziendale come viene reperito o meglio assoldato?

Ora chiunque lavori in un ente o un'azienda o vi abbia lavorato sa che c'è sempre chi si oppone ai cambiamenti, spesso a torto, qualche volta a ragione, perché come ho detto cambiamento non ha sempre una connotazione positiva, qualche volta può averla peggiorativa o talmente confusa da risultare in sostanza peggiorativa, senza contare tutte le volte che il cambiamento è solo di facciata, cioè si chiama cambiamento qualcosa che nella sostanza è una passata di vernice sul vecchio o una bella confezione di nulla.

Ma quello che è grave, al di là del contenuto del cambiamento che si vuole imporre, e anche se esso fosse positivo nella maniera più assoluta , è che Starace, che si presume si comporti così, insegna a dei ragazzi che domani potranno dirigere un'azienda come eliminare qualsiasi opposizione con azioni che, da come vengono descritte, sembrano azioni di guerra (manipolo, infiltrazioni, distruggere fisicamente, colpire, ispirare paura, ecc.). Ora un amministratore delegato, un dirigente, che si comporta così, invece di cercare di utilizzare strumenti di persuasione, credo che non sia una persona capace di stare a quel livello. E quindi mi domando quali siano i risultati ottenuti da Enel da quando Starace è divenuto AD? Mi chiedo anche se è questo che si insegna nelle università per i dirigenti di domani? Ed è questo che già si fa nelle aziende oggi? Si fa e si insegna a fare “tabula rasa” di chiunque si opponga ? Non sarà questa anche la linea di governo di Renzi?


lunedì 29 giugno 2015

La crisi greca e l'Europa

- La Grecia ha truccato i conti per entrare nell'Euro. Vero, ma con l'autorevole aiuto di Goldman Sachs ( e quest'ultima l'ha fatto solo per i soldi della consulenza o c'era un disegno? Di chi?).

- La Grecia non vuole fare le riforme necessarie per diventare un paese moderno. Ma le misure imposte finora dalla “troika” non hanno certo portato il paese fuori dalla crisi. E se anche, come sostengono alcuni, cominciava ad esserci una leggera crescita siamo sicuri che sia stata una conseguenza della cura o di altri motivi? E comunque a che prezzo? La classe media ridotta in povertà e chi già era povero ridotto all'indigenza. Del resto ci saranno dei motivi se una formazione della sinistra radicale come Syriza è riuscita a vincere le elezioni.

- I debiti si pagano, ma la Grecia non vuole pagarli e le conseguenze ricadranno anche sui cittadini italiani considerato che l'Italia è il terzo paese creditore dopo Germania e Francia. Vero anche questo, non si può certo negare. Tuttavia uccidere il debitore è anche peggio, perché allora sarà certo che non si recupererà niente, neanche a lunga scadenza. E poi quali saranno le conseguenze su tutta l'Eurozona? Sembra comincino ad avere paura che crolli l'intero sistema. La Merkel avrebbe detto stasera che “se fallisce l'euro, fallisce l'Europa”.

Oggi in diversi ricordavano che la stagione più feconda e gloriosa della Grecia iniziò nel VI secolo A.C., con quello che fu proprio un megacondono dei debiti: la seisachtheia (σεισάχϑεια), ovvero lo "scuotimento dei pesi" di Solone, che liberò tanti cittadini ateniesi dall'incubo di diventare schiavi dei propri creditori. E c'era chi invitava i vertici della UE a guardare più a Solone che a fare i soloni, perché forse in questo modo “lo spirito europeo tornerà a volare”.

Quel che è certo è che oggi l'Europa non ha realizzato alcuno dei progetti che erano nella mente degli ideatori, ma è solo un'unione monetaria, secondo alcuni fallimentare, in cui i paesi più forti, Germania in testa, impongono le loro condizioni agli altri. Nessun passo avanti è stato fatto invece nella direzione di un'unione politica tra stati con pari dignità, anche se di diverso peso. Ciò richiederebbe un sentire comune e almeno, per cominciare, una politica estera e della difesa comuni, dalle quali siamo molto lontani, come del resto dimostrato anche dalle questioni dei migranti e dell'estremismo islamico.


Ma se le cose continuano ad andare così non sarebbe meglio allora che ognuno andasse per la sua strada?

martedì 14 aprile 2015

Disposofobia

Leggendo “La regola dell'equilibrio” di Gianrico Carofiglio ho scoperto di soffrire di disposofobia. Il termine letteralmente significa "paura di buttare", dall'inglese to dispose, "gettare", "buttare", "disfarsi (di qualcosa)", con il suffissoide -fobia, dal greco φόβος, phóbos, "panico", "paura". Si tratta di un disturbo mentale caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L'accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Sembra connesso a insicurezza, paura di cambiare, difficoltà a prendere decisioni.
Il protagonista del romanzo ha accumulato tante di quelle cose che che la situazione gli è sfuggita di mano, in particolare per via dei libri che sono ovunque, anche per terra, sui tavoli, sulle poltrone, sulle sedie, nel bagno, in cucina, alcuni non proprio indispensabili, ma decide di far ordine solo dopo aver scoperto una notte, vagabondando su Wikipedia, di essere affetto da disposofobia. Così si procura degli scatoloni e li riempie di libri da destinare ai mercatini dell'usato e addirittura ai cassonetti dell'indifferenziata. E se “potrebbe lasciare sgomenti l'idea di buttare i libri nei cassonetti, … quale destino si può riservare a volumi con titoli come Meditazioni per la stanza da bagno, Manuale pratico di autoipnosi, Cento e uno rimedi contro l'insonnia, Come Proust può cambiarvi la vita e molti altri simili?”
Ora poiché sono tre mesi che cerco di far pulizia a casa mia, ma non ne vengo a capo, qualche dubbio che ci fosse qualcosa di patologico devo dire che mi era venuto.
Anch'io accumulo di tutto, dai sottobicchieri con le pubblicità delle birre ai depliant di mostre e iniziative varie, ma in particolare libri, articoli di giornale (anche se un po' meno da quando posso salvarli sul computer), carte varie e vestiti, e soprattutto non riesco a buttarli. Ma oggi, dopo essere venuta a conoscenza della disposofobia, anche
se la mia casa non è al livello di quelle che appaiono nell'articolo di Wikipedia, ho un po' accelerato l'immane opera. Così ho conferito alla differenziata, tra altre cose, una pubblicazione satirica del Male dal titolo La nuova costituzione Italiana (1994), Povero Silvio di Antonio Cornacchione (2004), Il giorno più bello della vita – Guida al matrimonio di Fabio Fazio, America, pubblicazione allegata al Settimanale Panorama e risalente al 1992, La mia vita di Vittorio Sgarbi (1991), Un anno da zitella (tanto ormai altro che un anno!), Sesso a chi tocca di Stefania Casini, Manuale per difendersi dalla mamma di Gianni Monduzzi e una serie innumerevole di volumetti sull'astrologia, la magia, l'autoipnosi, e varie Sibille dei faraoni e oracoli di Napoleone, probabilmente allegati alla rivista Astra che un tempo leggevo. Ho anche gettato una serie di agende in cui avevo annotato pensieri ed eventi non particolarmente degni di essere conservati per i posteri.

Chissà se anche perdere tempo a scrivere queste cose e procrastinare il sonno è considerato patologico.

venerdì 13 marzo 2015

Un film d'antan, Aelita regina di Marte

Per caso, leggendo un articolo su Atlantide,  ho scoperto l'esistenza  di questo film sovietico del 1924, dal titolo "Aelita, regina di Marte", ovviamente muto, in bianco e nero, e, in questa versione, con didascalie in inglese.

La storia è ambientata nell'anno 1921.

Le radio del mondo intero captano un messaggio misterioso di sole tre parole di una lingua sconosciuta: "Anta… Adeli… Uta…".

Il segnale proviene da Marte dove un potente telescopio permette di osservare la vita su altri mondi. La Regina di Marte, Aelita, può così dare uno sguardo alla vita sulla terra. A Mosca un ingegnere, Los, che ha qualche problema con la moglie da cui crede di essere tradito, comincia a fantasticare sulla possibilità di raggiungere il pianeta da cui proviene il segnale. Riesce infine a costruire un'astronave con la quale, dopo aver ucciso la moglie in un accesso di gelosia, fuggirà su Marte insieme a un soldato in cerca di avventure e a un aspirante investigatore che gli dà la caccia per l'omicidio della

donna. Su Marte Los si innamorerà di Aelita, ma il soldato resosi conto che sul pianeta i lavoratori sono degli schiavi che vengono addirittura congelati quando non servono (magari a qualcuno anche qui oggi potrebbe sembrare un'ottima idea!!!) provoca una rivolta invitando gli schiavi a insorgere e a costituire l'Unione Sovietica di Marte (!), insomma un tentativo di esportare la rivoluzione d'ottobre su Marte. In un primo momento la regina, che ha un potere solo nominale, appoggia la rivolta, ma, appena eliminato il governatore del pianeta che deteneva il vero potere, tradisce i terrestri facendo fallire la rivoluzione. A questo punto Los si ritrova a Mosca, corre a casa, scopre di non aver ucciso la moglie che lo aspetta felice e innamorata, getta nel fuoco i disegni dell'astronave. E' stato solo un sogno.

Ma cosa c'entra Atlantide?

Nel corso degli eventi si scopre che la popolazione di Marte discende da terrestri partiti da Atlantide molto tempo prima.

Nel film non è molto chiaro o mi sono distratta, ma di ciò si parla nel romanzo da cui il film è tratto, "Aelita", pubblicato in URSS nel 1922 (edito nel 1982 in Italia, dagli Editori Riuniti  per l’antologia Noi della galassia), di Aleksej Nikolaevic Tolstoj (1883 - 1945), lontano parente del più celebre Lev Nikolaevic Tolstoj.

Non ho letto il romanzo, che voglio cercare, ma sembra che il film sia molto diverso.

Intanto, a differenza del romanzo, il film ha una lunga sezione che si svolge sulla Terra,  piuttosto noiosa e certamente sproporzionata per un film di fantascienza, ma  interessante perché documenta in modo molto realista l’ambiente sociale di Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione, con la povertà, i problemi di approvvigionamento, il mercato nero, i corrotti, i nostalgici della vita precedente che si incontrano in feste clandestine.   

Inoltre nel film le vicissitudini di Los e compagni su Marte si dimostrano solo un sogno, non così nel romanzo che ha anche un finale tragico perché la rivolta su Marte fallisce e Los viene ucciso insieme alla regina di cui si è innamorato.

Nel complesso il film mi è parso un "pot-pourri" di generi, dalla commedia romantica, al film sociale e di propaganda (che oggi appare involontariamente satirico) fino alla fantascienza che si esplica soprattutto nella parte finale.

Sembra che circoli soprattutto nella versione ridotta di 70 minuti, ma io mi sono beccata quella originale di due ore con didascalie in inglese. https://youtu.be/je1bIhS-7G8

Il regista, Jakov Protazanov, che aveva all'attivo molti film girati prima della rivoluzione,  nel 1919 era fuggito dall’Unione Sovietica, lavorando per alcuni anni in Francia e Germania, ma nel 1923 aveva deciso di far ritorno in patria.

Nella Russia rivoluzionaria, dove il romanzo di Aleksej Nikolaevic Tolstoj aveva destato grande entusiasmo popolare e molta attenzione da parte delle autorità, ci fu grande attesa anche per il film, la cui lavorazione durò un anno e mezzo, e che doveva essere un "colossal" destinato principalmente all’esportazione. Ma, nonostante le intenzioni dei produttori, ebbe tuttavia scarsa diffusione nei paesi dell’Europa occidentale, dove fu ostacolato dalla censura per ragioni politiche, mentre in Unione Sovietica circolò poco perché ebbe una pessima critica e fu avversato dalle autorità che lo considerarono una distrazione futile "all’occidentale" che mette al centro  il sogno di un borghesuccio.

A mio parere è abbastanza noioso ma è interessante per l'ottima fotografia che si riconosce ancora dopo tanti anni e per il contrasto tra il realismo della prima parte che documenta la vita a Mosca nei primi anni dopo la rivoluzione e i costumi e le scenografie della parte ambientata su Marte ideati dagli artisti dell'avanguardia costruttivista.



Ad ogni modo la frase "Let's meet tonight at the tower of radiant energy (incontriamoci stanotte alla torre dell'energia radiante)" è molto romantica!

Nel complesso film vedibile  per gli amanti del cinema "vintage".

Pubblicato anche sul blog: Avalon e dintorni

Fonti: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aelita_%28film%29

http://digilander.libero.it/abydosgate/html/sf/24.htm